LA BUONA SCUOLA PER CHI?

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Creato Mercoledì, 25 Marzo 2015 Scritto da Fulvio Rubino

LA BUONA SCUOLA PER CHI?

Tutti, con le opportune distinzioni di ruoli, quando ci si accinge a dover emettere, commentare, criticare un nuova legge dovremmo avere dei punti di riferimento fissi “su cui” e “con cui” misurare le nostre idee. La possibilità di non avere tali punti fissi appartiene alle sciagurata circostanza che la nostra società non abbia un orizzonte verso cui tendere, un futuro verso cui operare, uno scopo da realizzare. Su queste basi si dovrebbe poggiare un operato focalizzato sulla “ragionevolezza”. Tale ragionevolezza non è un elemento di moderazione perché essa ci obbliga a porci sempre le domande e, quindi, trovare le risposte, a quesiti importanti come “per chi lo facciamo”, “quali negatività comportano ciò che vogliamo fare, “quanti beneficiano delle nostre azioni e quanti no”. Domande, cioè, che cercano di dare risposte ad una vecchia e mai risolta questione morale: uguaglianza ed equità nella società.
Uguaglianza ed equità erano ben conosciute dai nostri padri costituenti. Essi cercarono di consegnare alle generazioni future della nostra nazione, non una serie di intenti, non una serie di principi su cui costruire una nazione, ma un patrimonio di idee costruite con la ragionevolezza dei “buon padri di famiglia” su quella che era la situazione sociale, storica, culturale ed economica del nostro giovane Paese.


Era il tempo dei grandi ideali, dove parole come “libertà”, “società”, “donne”, “povertà”, “lavoro”, uguaglianza”, “equità”, “democrazia”, erano sconosciute ai più, avevano il loro fascino ed erano tutte da scoprire.
La Carta Costituzionale è definita la legge delle leggi perché tutto l’operato legislativo ed amministrativo ad essa si deve interfacciare. Questa interlocuzione, però, dovremmo intenderlo non solo come applicazione pedissequa delle imposizioni in essa contenute, ma anche per ciò che riguarda i riferimenti culturali, sociali ed economici. Apprestarsi a discutere circa il DDL del Governo sulla scuola significa, quindi, doversi confrontare con questo immenso patrimonio ed anche, quindi, interrogarsi circa l’attualità delle condizioni storico-socio-economiche. Ciò, però, è difficile da fare, perché, come per una ordinaria programmazione didattica, presupporrebbe la necessità, prima di poter programmare il da farsi, di valutare la situazione di partenza, aprire un dibattito serio, articolato, democratico e partecipativo, sulla situazione attuale rispetto ai bisogni sociali emergenti al fine di definire gli obiettivi da perseguire per una società più equa e democratica.
Queste richieste però, sembrano essere le stesse che ponevano il movimentismo della metà degli anni ’60 quando si proponevano di rinnovare la società. Si deve a quelle azioni, protrattasi fino agli anni ’70, la stagione in cui la forbice delle disuguaglianze sociale si era leggermente ristretta. Alla fine degli anni ’70, invece, è ricominciata la corsa all’efficientismo e all’efficacia economica delle azioni sociali. E’ stata , e continua ad essere, una questione di classe, di diatriba tra chi vuol preservare la sua potenza economica, ricattando e sfruttando le classi meno abbienti, e chi, trovandosi in condizioni di disagio socio-economico, chiede maggiore partecipazione democratica, equità, uguaglianza, redistribuzione. Il problema è che questa lotta di classe si innesta in un ambiente sociale edulcorato da una pseudo-benessere diffuso che, a differenza dei tempi passati, porta le classi meno abbienti a non avere consapevolezza della propria marginalizzazione e ad avere, anche, l’illusione di far parte della classe di potere socio-economico.
E’ questo il motivo per il quale dovremmo fermarci al fine di interrogarci seriamente sulla situazione attuale e sulle necessità sociali da perseguire.
Il primo elemento che affiora nel dibattito sul DDL della scuola è che, in una società che si beatifica di una democrazia digitale (senza pensare che questa è sempre veicolata da coloro che assicurano i servizi digitali) si risponde con azioni di governo che accentrano il potere, facendoci ritornare a gestioni direttive autoritarie di cui solo i nostri nonni ricordano veramente la portata sociale. L’accentramento di superpoteri nel Dirigente Scolastico, contenuta nel DDL sulla Scuola, va proprio nella direzione di una società con meno democrazia e più autoritarismo.
Si legge in un primo documento di valutazioni sul DDL della Scuola della FLC CGIL:
“Vengono affidati al dirigente scolastico poteri di scelta dei docenti da utilizzare nella propria scuola, di valutazione e riconoscimento del merito e di attribuzione di incrementi retributivi. L’esercizio di tali poteri non avverrà nel rispetto di regole contrattuali definite a livello nazionale o a livello di istituzione scolastica e il dirigente sarà valutato sui criteri che avrà utilizzato e sulle azioni che avrà messo in campo per migliorare i risultati attenuti dalla scuola.
Attribuire al dirigente tali poteri nei confronti del personale docente della scuola provocherà lo snaturamento delle funzioni del dirigente e dell’attuale profilo così come delineato dal vigente quadro normativo e contrattuale.
Inaccettabile che la valorizzazione dei docenti e l’attribuzione del beneficio economico connesso sia attribuita “solo” dal dirigente scolastico.
Inaccettabile l’attivazione dell’albo professionale territoriale “pubblico” dei docenti (non rileva il fatto che lo si limiti solo ai nuovi assunti), cosi come modificare unilateralmente le regole sulla mobilità sia territoriale che professionale (di competenza della contrattazione).
Inaccettabile che si pensi di poter legare la mobilità ad una sorta di “nulla osta o gradimento” da parte dei dirigente della scuola dove si vorrebbe andare. Che fine farà la mobilità interprovinciale?
Inaccettabile (ed anche inattuabile) la scelta dei docenti, sulla base del loro curricolo e dell’affinità con il progetto di scuola, da parte dei dirigenti scolastici del docente. Il docente, selezionato dallo stato con l’imparzialità di un concorso pubblico, si mette a mercato e si mette a disposizione del miglior offerente. Si pongono le premesse per devastare la libertà della scienza e dell’arte e del suo libero insegnamento. A nostro parere si ravvisano evidenti elementi di incostituzionalità.”
Ed è proprio così. La prima preoccupazione è proprio quella di dover disattendere, nelle imposizioni e nei principi, ai contenuti dell’art.33 della Carta Costituzionale.

Art. 33
L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
E' prescritto un esame di Stato per la ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

E’ evidente che rischiamo di ritrovarci nuovamente dinnanzi ai vecchi problemi del secolo scorso in cui l’arte e la scienza si dovevano piegare al disegno violento degli apparati dirigenziali, altrimenti nascevano problemi di emarginazione, di confino (forse dovremmo re-interrogare una delle pagine più buie della nostra storia del ventennio fascista, quando con l’uscita del “manifesto sulla razza”, la scienza fu asservita alla politica). A dir la verità questo disegno non si sta realizzando con il DDL sulla Scuola ma è già in atto, da tempo, nell’Università italiana. Basti andare a guardare le infide norme circa la valutazione dei titoli culturali dei docenti in cui le pubblicazione sono ritenute di livelli diversi a seconda se sono effettuate su riviste appartenenti e gestite dal potere economico-finanziario.
E’ il modo giusto per affossare la ricerca, la conoscenza ed avere nell’immediato, ma ancor di più nel lungo periodo, cittadini incapaci di riscatto sociale.
Circa la possibilità che i docenti possano essere valorizzati, con l’attribuzione di un beneficio economico, dal Dirigente Scolastico, voglio ricordare (come purtroppo spesso mi tocca fare in questi ultimi tempi) il discorso fatto Bruno Trentin in una tavola rotonda su “Società della conoscenza, Beni comuni, Europa, mondo” (insieme a GP.Patta e L.Castellina) al primo congresso nazionale della FLC CGIL a Portorose. Qualche settimana prima, il segretario Epifani, era intervenuto sulla questione della valutazione del merito nella carriera dei dipendenti pubblici e Trentin, in quella tavola rotonda, fece un ragionamento alquanto elementare ma, al contempo disarmante, tanto che ancora oggi rimane vivo nei miei ricordi. Trentin sostenne che se fossimo partiti dall’assunto che “Maria” lavora o fa più cose rispetto ad “Antonio”, alla domanda «se fosse giusto che “Maria” dovesse percepire qualcosa in più di “Antonio”», tutti avremmo risposto, con molta probabilità, che era giusto. La questione non è la giustezza della valorizzazione economica del merito bensì “quali sono le regole, i criteri oggettivi con cui si definisce chi lavora di più e chi fa più cose” per evitare di lasciare ai dirigenti il potere di scelta perché ciò avrebbe significato la “istituzionalizzazione del lecchinaggio”. Ditemi voi se quei concetti espressi, nel lontano 16 febbraio 2006, non continuino ancora oggi a risuonare e ad essere attuali (al proposito bisognerebbe riflettere, anzi avremmo dovuto già riflettere maggiormente, perché nel Pubblico Impiego è da tempo che si applica tale prassi).
Tale argomentazione non vale solo per i Docenti perché anche i Dirigenti Scolastici sarebbero sottoposti alla stessa disciplina perché il dirigente dell’USR sceglierà a sua discrezione super professori con incarico triennale per dirigere le scuole: anche questo è un ritorno al vetusto tempo.
Anche sulla positività della stabilizzazione ci sarebbe molto da dire perché in realtà non stabilizza tutti i posti di cui la Scuola necessita (i quali, già ora, sono occupati da docenti precari) ma mette in moto un sistema competitivo tra “poveri” e gerarchizza le relazioni fra docenti e fra dirigente e personale, ignora gli ATA, cancella di fatto il contratto: è in linea con il ”comando” e non con la “democrazia”.
Non voglio, e comunque non potrei, in questa riflessione analizzare nel dettaglio tutti singoli contenuti DDL, anche perché una riflessione seria non può essere data dalle valutazioni di uno ma dovrebbe scaturire dalla grande ricchezza delle considerazioni dei tanti.
Ma questa “Buona Scuola” per chi è fatta?
Nel DDL si parla di sostegno alle spese “culturali” dei docenti, di scatti di anzianità, di credito d’imposta per i privati che finanziano la scuola, della possibilità di destinare il 5 per mille alla scuola, di maggiori risorse per la retribuzione dei dirigenti scolastici e maggiori risorse per finanziare la premialità individuale dei docenti, … tutti elementi che riguardano la economicità del “sistema scuola” (con un mix di cose positive e negative che potrebbero ben offuscare ed ingannare).

Il DDL contiene inoltre:

Questo ultimo punto è particolarmente significativo tanto da porsi la domanda: ma il DDL per chi definisce “La Buona Scuola”?
Per gli alunni che devono frequentarla o per qualcun altro che la deve sostenerla economicamente?
E’ giusto che la cultura, il sapere, la conoscenza, lo sviluppo della persona devono sottostare solo a regole economico-impositive?
Possono gli elementi positivi contenuti in tale DDL offuscare e far dimenticare i presupposti, le fondamenta, per una vera Scuola, libera e democratica, che pensi alla “persona”?

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