Francia, protesta contro riforma lavoro cresce e governo si spacca

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Premier smentisce ministro Economia su possibili modifiche

 


Parigi, 26 mag. (askanews) - In Francia la mobilitazione contro la legge di riforma del lavoro, in corso ormai da due mesi mezzo, non mostra alcun segnale di stanchezza anzi, se possibile, ha preso maggior vigore e intaccato in modo più evidente la compattezza del governo socialista, all' interno del quale si moltiplicano i distinguo.
Penuria di carburante, blocco delle centrali nucleari, traffico stradale in difficoltà, attività portuale al rallentatore, voli cancellati: la protesta è salita di tono nel fine settimana con la discesa in campo dei dipendenti dei siti petroliferi e nucleari e le con difficoltà crescenti per l'approvvigionamento di carburante. Tutto amplificato dalla presenza, all' orizzonte, degli Europei di calcio, che inizieranno il 10 giugno e che galvanizzano la Cgt, il principale sindacato francese, e il suo segretario generale, Philippe Martinezm, che guida la protesta nazionale.

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Jobs Act. Decreto Attuativo

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Schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183.

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Il piano Renzi, una ricetta che non cura

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Il piano Renzi, una ricetta che non cura

Pubblicato su "Il Manifesto" Roberto Romano, 9/3/2014

Il governo Renzi sta lavorando per costruire i primi provvedimenti a favore di lavoro, scuola e buon funzionamento della macchina pubblica. Sul tappeto ci sono problemi enormi e di struttura. Se guardiamo la situazione del paese possiamo dire solo una cosa: è provato. La più lunga e profonda crisi del capitalismo non è finita.

Non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia ha perso 150 mld di Pil tra il 2004 e il 2013, il 20% di produzione industriale, cioè 1/5 del proprio tessuto produttivo, alzando il tasso di disoccupazione reale al 22% (6 mln di persone che in modo o nell’altro lavorerebbero).

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TESTO UNICO SULLA RAPPRESENTANZA

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CONSIDERAZIONI SU: TESTO UNICO SULLA RAPPRESENTANZA E COSTITUZIONE

Il recente accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria (Testo unico sulla Rappresentanza) invece di concludere il lungo percorso negoziale iniziato il 28 giugno 2011 per passare, finalmente,alla attuazione dei principi allora concordati rischia di riaprire ferite che sembravano risolte dal protocollo d’intesa del 31 maggio 2013. La Cgil si è infatti divisa su una questione rilevante : il Testo Unico è rispettoso dello spirito e della lettera della sentenza con la quale la corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo l’articolo 19 della legge 300 ?

Gli accordi e le leggi, come si sa, valgono per quanto in essi scritto e non per i commenti che li accompagnano, compresi quelli dei protagonisti. Prima di schierarsi leggiamo quindi le parti dell’accordo che hanno dato origine alla divisione:

“Le parti firmatarie ………….. convengono sulla necessità di definire disposizioni volte a prevenire e a sanzionare eventuali azioni di contrasto di ogni natura, finalizzate a compromettere il regolare svolgimento dei processi negoziali come disciplinati dagli accordi interconfederali vigenti nonché l’esigibilità e l’efficacia dei contratti collettivi stipulati nel rispetto dei principi e delle procedure contenute nelle intese citate. Pertanto i contratti collettivi nazionali di categoria, sottoscritti alle condizioni di cui al Protocollo d’intesa 31 maggio 2013 e del presente accordo, dovranno definire clausole e/o procedure di raffreddamento finalizzate a garantire, per tutte le parti, l’esigibilità degli impegni assunti con il contratto collettivo nazionale di categoria e a prevenire il conflitto.

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La domanda di Lavoro

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La domanda di Lavoro

 

Il manifesto, 30 novembre 2013

 

 

La prima cosa che si deve fare per discutere seriamente di lavoro è quella di rimuovere il precetto neoclassico di “mercato del lavoro”. Un esercizio difficile visto i tempi che viviamo, ma indispensabile se vogliamo individuare le policy adeguate. La pubblicistica recente ha piegato il dibattito sull’offerta, introducendo elementi di flessibilità salariale, contrattuale e organizzativa. Il senso dell’operazione era quella di avvicinare l’offerta di lavoro alla domanda di lavoro, con l’intento di rimuovere i vincoli che inibivano l’assunzione di nuovo lavoro. L’idea sottostante era quella che una maggiore concorrenza (contrattuale, fiscale, salariale, organizzativa) avrebbe permesso al mercato di creare le condizioni di piena occupazione.

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Rappresentanza e diritti sindacali: una sentenza che mette ordine

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A proposito del recente pronunciamento della Consulta sull'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori

Serve però una legge, necessaria a garantire la maggiore certezza del diritto

L’articolo 39 della Costituzione italiana recita: “l’organizzazione sindacale è libera.… Possono (i sindacati, ndr) rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

Per decenni in Italia sulla lettera della Costituzione è prevalsa la tutela della libera contrattazione tra le parti sociali; ogni ingerenza della legge è stata considerata una ingerenza sull’autonomia delle parti sociali. Quando le principali confederazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) hanno agito unitariamente è sempre stata scontata la loro rappresentanza della maggioranza dei lavoratori italiani e in ragione di ciò agli accordi da loro sottoscritti è stata riconosciuta l’estensione “obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali contratto si riferisce”. I problemi sono nati quando le organizzazioni sindacali maggiori si sono divise e si è posto il problema se contratti sottoscritti solo da una parte di queste organizzazioni potessero avere validità per tutti i lavoratori o solo per gli aderenti alle organizzazioni sindacali firmatarie.

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Con il referendum torna la politica

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Tratto da "Il Manifesto" del 14/09/2012
 

Quella del lavoro, si sa, è una storia di riscatto ed insieme di ricatto. Però, il ricatto non ha mai avuto l'impudente visibilità, la durezza e l'estensione che ha acquistato da Pomigliano in qua. E' sotto gli occhi di tutti, ma non sta bene dirlo. E' politicamente scorretto. Infatti, come era inevitabile, l'iniziativa referendaria in materia di lavoro ha suscitato le irate reazioni della politique politicienne. Improponibile, inopportuna, scriteriata. A prescindere dal merito sollevato dai quesiti depositati in Cassazione pochi giorni fa: un po' perché i nostri politici sono soliti comportarsi così e un po' perché essi ritenevano che «i faticosi, ma avanzati compromessi» raggiunti non potessero essere rimessi in discussione o, in omaggio alla regola per cui non si disturba il manovratore, tutt'al più toccava soltanto a loro aggiustarli.

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E' colpa della crisi aggravata da Monti

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OCCUPAZIONE:

SE CALA, E' COLPA DELLA CRISI AGGRAVATA DA MONTI, NON CERTO DEI LAVORATORI

In Italia salari bassi, orari lunghi, flessibilità e welfare inadeguato: i dati parlano chiaro

 

Mentre i cittadini italiani ed europei sono chiamati a gravi sacrifici per salvare un sistema finanziario marcio, Mario Monti indica nei lavoratori i responsabili della bassa occupazione. Dovrebbe piuttosto ricordare che in Italia i salari (tasse e contributi compresi) sono i più bassi tra i principali Paesi europei; gli orari di lavoro sono tra i più lunghi; lo stato sociale non tutela i più poveri e i disoccupati; il mercato del lavoro è tra i più flessibili dei paesi industrializzati a causa dell’abnorme presenza di lavoro autonomo e lavoro nero e di milioni di microimprese senza lo Statuto dei lavoratori nelle quali operano la maggior parte dei precari.

Il numero minore di precari lavora nella grande impresa dove maggiori sono le tutele di legge e di contratto, dove più forte è la presenza del sindacato e dove è più probabile che un contratto a termine si trasformi in tempo indeterminato.

I disoccupati stanno in realtà aumentando grazie all’aggravamento della crisi causata dal suo governo.

IL TERREMOTO DEI CAPANNONI

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Data pubblicazione

 IL TERREMOTO DEI CAPANNONI

L'Italia del Lavoro, il territorio simbolo della Produzione a ritmo serrato, l'Emila, crolla, distrutto in briciole dal terremoto. E crollano, oltre ai beni monumentali millenari, quelle fabbriche costruite, invece, nella maggior parte dei casi dopo il 2001, strutturate per resistere a sollecitazioni verticali e al "peso del vento" e non, a sollecitazioni orizzontali del terreno.

Aldilà delle considerazioni geologiche, per cui in Italia, nessuno può sentirsi al sicuro dal rischio sismico, dobbiamo ripartire, a questo punto, da zero, rispetto alla cultura della prevenzione e della sicurezza delle persone, in particolar modo, pensando a coloro ai quali è stato chiesto, nonostante la "paura dentro", di tornare, addiruttura, a produrre, a lavorare, a poche ore da un primo terremoto che aveva già portato via vite umane (lavoratori del turno di notte) e devastato, proprio i luoghi di lavoro, all'apparenza "sicuri".

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Disoccupazione e disinformazione

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Tratto da il manifesto 2012.04.12 - Pag. 02 LAVORO

É in atto una martellante campagna per convincere gli italiani che la colpa della disoccupazione giovanile é del posto fisso e dell'articolo 18, il quale rendendo difficili i licenziamenti scoraggerebbe le assunzioni . Insomma i giovani restano disoccupati perché pochi escono dal lavoro e perché le imprese non possono licenziare liberamente.

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