Rappresentanza e diritti sindacali: una sentenza che mette ordine

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Creato Sabato, 13 Luglio 2013 Scritto da Gian Paolo Patta

A proposito del recente pronunciamento della Consulta sull'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori

Serve però una legge, necessaria a garantire la maggiore certezza del diritto

L’articolo 39 della Costituzione italiana recita: “l’organizzazione sindacale è libera.… Possono (i sindacati, ndr) rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

Per decenni in Italia sulla lettera della Costituzione è prevalsa la tutela della libera contrattazione tra le parti sociali; ogni ingerenza della legge è stata considerata una ingerenza sull’autonomia delle parti sociali. Quando le principali confederazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) hanno agito unitariamente è sempre stata scontata la loro rappresentanza della maggioranza dei lavoratori italiani e in ragione di ciò agli accordi da loro sottoscritti è stata riconosciuta l’estensione “obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali contratto si riferisce”. I problemi sono nati quando le organizzazioni sindacali maggiori si sono divise e si è posto il problema se contratti sottoscritti solo da una parte di queste organizzazioni potessero avere validità per tutti i lavoratori o solo per gli aderenti alle organizzazioni sindacali firmatarie.

 

Dall’articolo 39 della Costituzione si evincerebbe che l’efficacia obbligatoria si avrebbe nel caso in cui i sindacati firmatari fossero rappresentativi della maggioranza dei lavoratori (possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi…). In Italia non esiste una legge generale che regolamenti la certificazione degli scritti alle organizzazioni sindacali, e regolamenti di conseguenza la partecipazione dei sindacati alle trattative. L’unica regolamentazione per legge è quella relativa ai lavoratori della Pubblica Amministrazione, accompagnata da un accordo quadro e da un regolamento elettorale confederale.

Lo Statuto dei diritti dei lavoratori si preoccupò di garantire i diritti e le libertà sindacali nei luoghi di lavoro ma non intervenne sulla cosiddetta “libera contrattazione”né in sede aziendale né in quella nazionale. Del resto erano anni di grandissima spinta unitaria tra i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali: la reale rappresentatività era nei fatti. Da ultimo uno dei referendum del 1995 (sbagliato) modificando l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori ha aperto la strada a una normativa di legge palesemente in contrasto con il dettato costituzionale, riconoscendo i diritti sindacali nei luoghi di lavoro ai soli firmatari del contratto che si applica nell’azienda.

In questa condizione è nata la vicenda Fiat: Marchionne, non trovando il consenso della Fiom-Cgil al drastico ridimensionamento della presenza della Fiat in Italia e alla deroga per i suoi stabilimenti al contratto nazionale di lavoro, ha utilizzato l’articolo 19 dello statuto dei lavoratori per espellere la stessa Fiom dal gruppo Fiat.

In seguito, la stessa Federmeccanica ha negato alla Fiom-Cgil la parte nel terzo delle Rsu garantito alle organizzazioni sindacali firmatarie del contratto che si applica nelle aziende metalmeccaniche.

Questa vicenda, a mio giudizio, ha rappresentato uno dei più consistenti attacchi alla Costituzione italiana e alla democrazia di questo Paese: per la prima volta si è negato al sindacato più rappresentativo di una categoria il proprio ruolo contrattuale e si sono violate le libertà e diritti sindacali dei lavoratori.

La recente sentenza della Corte costituzionale ha rimesso ordine nella materia riconoscendo anche ai sindacati partecipanti alle trattative contrattuali i diritti di attività sindacale previsti dal Titolo terzo dello statuto dei lavoratori (assemblea, referendum, permessi, aspettative, eccetera) e ciò anche se i sindacati partecipanti, non hanno firmato il contratto collettivo.

Occorrerà attendere la pubblicazione della sentenza per comprendere appieno il significato della “condizione” della partecipazione delle organizzazioni sindacali alla trattativa. Credo che, come si evince da una semplice lettura dell’articolo 39, la partecipazione di una organizzazione sindacale alle trattative non possa che essere una propria libera scelta e che, in ogni caso, la parte datoriale non possa certo scegliersi a piacere i sindacati con i quali trattare.

Il recente, positivo, accordo confederale del 31 maggio norma infatti, anche se per via pattizia, la partecipazione delle organizzazioni sindacali alle trattative contrattuali sulla base dei principi proporzionali previsti dalla Costituzione e introduce di conseguenza criteri per “pesare” la rappresentatività delle organizzazioni sindacali mutuandoli da quelli già scelti dalla legge che regolamenta la materia nelle Pubbliche Amministrazioni. Certo non siamo ancora arrivati alla maggiore certezza del diritto che solo una legge può garantire, ma c’è (nell’accordo) qualcosa in più di un importante salto culturale e politico maturato nel sindacato e nella controparte di cui la politica, innanzitutto il Governo, dovrebbe approfittare per attuare una parte della Costituzione disattesa da troppi decenni.

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