QUANDO LA POLITICA SCEGLIE LA ROTTURA SOCIALE

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Scritto da Gian Paolo Patta

 

ll conflitto tra mondo del lavoro e il presidente del consiglio Matteo Renzi sta assumendo caratteristiche generali. Non è più al centro del conflitto questo o quel punto delle politiche del governo: a Renzi viene ormai attribuita una scelta di campo: i lavoratori lo percepiscono schierato con il padronato.
Il mutamento radicale di giudizio è maturato da quando il governo ha messo mano a uno dei pilastri della civiltà del lavoro: lo statuto dei diritti dei lavoratori.
Statuto approvato, con l’astensione del Partito Comunista Italiano, da uno dei governi del centro-sinistra degli anni 60, a guida Dc-Psi. Governi che, sotto la pressione di un forte movimento dei lavoratori, vararono alcune importanti riforme sociali.
Quando la parola “riforma” significava miglioramento per le classi sociali più deboli e non il suo contrario come negli anni ’90 e 2000.
La rottura di Matteo Renzi appare sempre più con quella parte positiva della storia del Novecento che portò, per la prima volta nella storia dell’umanità, le classi subalterne a pesare politicamente (il suffragio universale arrivò solo con la Costituzione repubblicana dopo la Resistenza) e a modificare a loro favore gli equilibri economici e sociali. E accadde grazie a organizzazioni di massa, partiti e sindacati che esplicitamente si fondavano sull’organizzazione e sulla rappresentanza del lavoro (in coerenza con la Costituzione nella quale si riconoscevano).
Matteo Renzi, al di là della sua politica zigzagante (mettendo nel conto anche gli 80 euro e la tassazione delle rendite finanziarie) procede speditamente contro i residui dei partiti di massa, compreso il suo Pd, scegliendo come interlocutrici privilegiate le elites politiche ed economiche e attaccando quotidianamente i cosiddetti “corpi intermedi” che tende ad eliminare in quanto soggetti generali, sia non riconoscendo loro alcuna interlocuzione reale sia minando la loro capacità organizzativa (pensiamo all’offensiva sui permessi e sui distacchi sindacali e contro i patronati).
  La grande manifestazione della Cgil ha reso esplicito davanti al paese il contrasto politico tra lavoratori e Governo. Da allora non solo il conflitto si va estendendo – lo testimoniano i conflitti quotidiani che coinvolgono direttamente lo stesso presidente del Consiglio e la grande manifestazione unitaria dei lavoratori della Pubblica Amministrazione mentre si preparano il grande sciopero della Fiom e quello generale della Cgil - ma tutto il paese discute apertamente del vuoto politico rappresentato dall’assenza di un partito politico espressione dei lavoratori.

 

l salto di qualità è straordinario: un tema ad appannaggio di ristretti gruppi politici, tra i quali il movimento per il Partito del Lavoro, viene trattato in ogni casa e luogo di incontro. La gente ne discute, ma appare dubbio che la classe politica che ancora si richiama alla sinistra sia all’altezza del compito di costruire una organizzazione politica ed è dubbio persino che condivida questo obiettivo. E’ stata infatti o artefice della deriva iniziata negli anni 90 o il suo prodotto. La stessa sinistra radicale non è stata immune dall’influenza del nuovo corso culturale: interclassismo e movimentismo e attenzione meramente evocativa e morale agli “ultimi” l’hanno resa esterna al mondo del lavoro dipendente, cavalcato solo nei momenti in cui esercitava qualche clamoroso conflitto.

La stessa Cgil, che pure è cosciente delle gravi conseguenze che ne vengono ai propri rappresentati dall’assenza di un partito politico dei lavoratori, si limita a esprimere il proprio rammarico. Eppure è dai governi che dagli anni ’80 ad oggi sono venuti i più rilevanti attacchi ai lavoratori.

Certo, la Cgil ha ragione a ricordare che è un sindacato e tale deve restare e che pertanto non può diventare un partito politico, ma il suo gruppo dirigente deve ricordarsi che da quando esiste il movimento dei lavoratori, in tutto il mondo, esso si è dato anche un’organizzazione politica e che tra l’organizzazione sindacale e quest’ultima è sempre esistito un rapporto dato dagli interessi comuni perseguiti: far valere gli interessi particolari e generali dei lavoratori.

Negli stessi Usa il rapporto tra Partito Democratico e sindacati è più positivo di quello attualmente esistente tra Pd e Cgil, Cisl e Uil.

Se i lavoratori vogliono avere un ruolo nella direzione del Paese, se perseguono una società coerente con il dettato costituzionale, non possono fare a meno di un proprio partito politico di massa, lo strumento indispensabile per la lotta politica e per candidarsi a governare il cambiamento auspicato.

Il pansindacalismo, anche nelle sue migliori ma sempre brevi stagioni, è condannato a risultati effimeri.

Sono pessimista sulla capacità dei gruppi in cui è divisa la nostra sempre più residuale sinistra di unirsi per perseguire la propria rifondazione su basi di classe e di massa. Credo però che abbiamo per la prima volta una grande opportunità: il tema è finalmente visto per quello che è da tutti e in maniera particolare dai lavoratori.

Questo può cambiare le cose. Occorre pertanto provarci.

Il Pd, inoltre, per la prima volta appare a larghi settori popolari come un partito di centro che guarda a destra.

La necessità di un autonomo partito di sinistra è all’ordine del giorno per milioni di persone.

Dobbiamo smetterla con il tatticismo e il piccolo cabotaggio e impegnarci tutti, ovunque collocati, in un grande progetto.

 

 

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